GiocaSorridiMangia

Avventure di una mamma blogger


2 commenti

Cavolfiore cous cous per il Calendario del Cibo Italiano

L’ho chiamato anche ‘Il Cous cous Bugiardo’ perché all’apparenza potrebbe anche ingannare, ma nella realtà si tratta di cavolfiore crudo, frullato e condito.

Questo piatto veloce ma gustoso è perfetto per una giornata Detox, senza abbandonare i piaceri del palato. Provare per credere. Oggi, in particolare, sul Calendario del Cibo Italiano troverete un esauriente articolo sui benefici di questo prodotto e di quelli della sua famiglia, le Crucifere, e tantissimi modi per cucinarlo!!

La ricetta è liberamente ispirata ad un’altra di Laurel Evans, ma  l’ho personalizzata ben benino. Invito anche voi a fare la stessa cosa e, magari, poi, fatemelo sapere, che mi fa piacere 😉

INGREDIENTI per 1 persona

80 g di cavolfiore crudo

1 limone non trattato (buccia e succo)

1 arancia non trattata (buccia e spicchi spellati)

2 noci o altra frutta secca

10 g max bacche goji (anche meno)

olio evo qb

sale fino qb

code di finocchio

pepe (facoltativo)

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Lavare il cavolfiore, scartando le parti dure e le foglie, ridurlo in farina in un frullatore. Condirlo a crudo con la buccia di limone e arancia, l’olio evo, il succo del limone e qualche spicchio di agrumi spellato. Aggiungere le bacche o uvetta, le noci. Regolare di sale e, se piace, anche pepe. Servire crudo a temperatura ambiente.

logocommunity

Annunci


15 commenti

Il fu Alexander ovvero “spunzali” in agrodolce per l’MTC 69

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

I cipollotti consumati freschi e che si raccolgono prima dell’ingrossamento del bulbo della cipolla sono chiamati sponzali sponsali, un termine di chiara derivazione latina [sponsalis] , ma vi siete mai chiesti il perché di tale denominazione?

Il riferimento al matrimonio è contenuto nei termini “sponsalis”- coniugale e “sponsus” -sposo.

Nella storia del diritto è la promessa di matrimonio, cerimonia in cui in passato era offerto, durante il banchetto, il cosiddetto “calzone degli sponzali” una torta salata ripiena solo di sponzali, di cui si utilizza anche la parte verde.

Grazie al progetto “Biodiversità delle Specie Orticole della Puglia (BiodiverSO), lo Sponzale rosso di Acquaviva è stato inserito nel 2015 nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT) della Puglia, avendone verificato l’utilizzo alimentare nella cucina regionale da oltre 25 anni.

Questo accenno ad un prodotto agroalimentare così singolare era necessario per farvi conoscere l’ingrediente di oggi, perchè  sarà quello che ho scelto di utilizzare nella sfida di gennaio dell’MTC.

Siamo arrivati all’edizione numero sessantanove, dedicata alla Cucina Alcolica su scelta di Giulia del Blog Alterkitchen in qualità di vincitrice della scorsa edizione.

Ora devo prima confessarvi che nella mia vita, giunta alla soglia dei mitici 40, ho bevuto un solo cocktail una sola volta. Ricordo benissimo quell’uscita di vent’anni fa in un localino molto in voga in quegli anni, nel centro storico di Lecce.

Il posto si chiamava Cagliostro, tuttora meta “turistica” anche di vip dello spettacolo. Ricordo l’imbarazzo nella scelta, perché per me erano tutti uguali – i cocktails.

Fosse stato oggi, avrei l’infografica della Dany e tutto sarebbe stato più easy…

2017_11-cocktail-model-light

Ad ogni modo, la scelta cadde su un presunto rassicurante Alexander. Che confermo anche per la sfida. Secondo me lo conoscete tutti! Però datemi la soddisfazione di rinfrescarvi la memoria:

Alexander

alexander

Foto da iba.com

After Dinner Cocktail

  • 3 cl Cognac
  • 3 cl Créme de Cacao (brown)
  • 3 cl Fresh cream

 

Ed ecco in cosa l’ho “trasformato: cipollotti in agrodolce…non uccidetemi! Ho utilizzato le due parti alcoliche al posto del più classico aceto e zucchero, dopo aver sbollentato i cipollotti -e versato vagonate di lacrime, perchè pulirli e tagliarli è stata l’esperienza più lacrimosa della mia vita…- li ho passati in forno con un mix alcolico realizzato proprio con l’originale Créme de Cacao brown ed un più italiano Brandy, il Vecchia Romagna al posto del cugino francese Cognac.

La Fresh Cream è diventata una salsa bechamel a partire dal latte.

So di non aver prodotto un capolavoro supermegagalattico, ma è sempre un punto di partenza! Nasce così il “Fu Alexander”. A tavola ha riscosso gran successo come contorno, ma potete offrirlo anche in apertura 😉

Ingredienti

1 kg di spunzali

1 cucchiaio di brandy o cognac

1 cucchiaio di Créme de cacao

olio evo

sale q.b.

Bechamel

500 ml di latte

50 g di burro

50 g di amido di mais

3 g di sale

noce moscata (facoltativo, come anche in alcune versioni del cocktail)

Pulire gli spunzali prendendo la parte più interna, lavarli, tagliarli grossolanamente e sbollentarli in abbondante acqua salata. Scolarli e finirli di cuocere in una pentola con l’olio ed il mix alcolico. Formare delle monoporzioni* in terracotta da passare in forno caldo pochi minuti, dopo averle condite con la besciamella.

*le monoporzioni richiamano l’idea del cocktail 😉

 

 

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Con questa proposta partecipo

alla sfida n. 69 dell’MTC

“La cucina alcolica”

banner_sfidadelmese_69-768x367

Fonti:

PRESI IN ORTAGGIO, Otto prodotti straordinari della Biodiversità Pugliese, di M. Renna e P. Santamaria. Ed. Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”.

 

Cucina Salentina di L. Lazzari, ed Congedo.

 


Lascia un commento

Una zuppa di rape per il Calendario del Cibo Italiano

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Oggi sul Calendario del Cibo Italiano troverete diversi spunti per consumare al meglio le rape, qui da me le rape sono quelle verdi con le cime e ne avevo disponibili da agricoltura biologica, in particolare una produzione locale e a metro zero.

Niente di meglio di una zuppa calda per riconciliarsi con le basse temperature stagionali.

Perciò ho preparato una corroborante zuppa, aggiungendo del miglio, che è naturalmente privo di glutine, della zucca gialla e delle patate. Buonissima!

Vi lascio la ricetta e scappo a lavoro:

Per una porzione 

300 g di cime di rapa

100 g di zucca gialla a dadini

2 patate var Nicola a dadini

60 g di miglio decorticato

300 ml di acqua, oltre a quella per le rape

cipollotti locali qb

olio evo qb

sale qb

Dopo aver pulito e tagliato tutti gli ortaggi, sbollentare le rape in acqua salate e passare in acqua fredda, scolarle e tenerle da parte. In un tegame far andare i cipollotti con l’olio e aggiungere via via zucca e patate, infine le rape. Versare la quantità di acqua richiesta, già tiepida, e infine aggiungere il miglio.Regolare di sale. Cuocere a fuoco basso per 30 minuti.

Servire calda.

 logocommunity


4 commenti

Canederli senza glutine per il Calendario del Cibo Italiano

A Samuele.

DSCN0028

Non vi nascondo che lo scoglio più grosso per un celiaco è rappresentato molto spesso dai piatti tipici regionali, che proprio per il fatto stesso di essere tipici sono difficili da rielaborare senza glutine. Ma superare lo scoglio e aggirare l’ostacolo è tipico delle mamme, perciò ecco a voi un buonissimo piatto di canederli, ricetta “nordica” su una tavola salentina…non stupitevi neppure di questo, anche se è un’altra storia. Oggi il Calendario del Cibo Italiano ne avrà davvero per tutti i gusti! Buona Giornata Nazionale dei Canederli!

Canederli senza glutine al formaggio Fontal e quinoa

300 g pane raffermo senza glutine (per me fatto in casa) a dadini 1 cm

200 ml latte intero

2 uova

40 g di Parmigiano

200 g Fontal

1 cucchiaino raso di sale fino

1 pizzico di pepe nero macinato

1 galletta di riso sbriciolata

1 cucchiaio di farina di quinoa

Per il brodo

150 g di carote

1/2 cipolla bianca

2 patate

1 cucchiaio di olio evo

1 lt di acqua

sale q.b.

noce moscata q.b.

1/2 cucchiaino di zucchero nero

cannella in polvere

Dopo la cottura, filtrare il brodo e metterlo da parte. Con le verdure si può ottenere una salsina da aggiungere in forno per cuocere i canederli.

Preparare i canederli (su consigli trovati nel blog di Monica One cake in a million)

Versate il pane raffermo in una terrina. A parte unite le uova ed il latte a temperatura ambiente e sbattete leggermente; versatelo sul pane, mescolate bene e lasciate riposare, mescolando ogni tanto, per almeno 20 minuti.
Pulite il formaggio e tagliatelo a pezzetti molto piccoli, nell’ordine dei 3-4 mm.
Prendete la ciotola col pane ammorbiditoe verificate la consistenza: deve essere morbido

Aggiungete il parmigiano,  il sale, il pepe e la noce moscata e il Fontal. Mescolate velocemente, quindi unite la farina.
Impastate a fondo con le mani.

Il composto sarà leggermente colloso, rimangono dei piccoli residui sulle mani, ma pochissimi.
Scaldate il brodo.
Inumiditevi leggermente le mani e formate una sfera, prima roteando e poi pressando a fondo con le mani, che abbia un diametro di 4 cm.
Fate subito la prova di cottura, con il brodo che sobbolle, per 5 minuti. Il canederlo deve rimanere compatto, non sfaldarsi. Certo, magari perde un pezzettino di pane, ma non deve perdere la sua forma, altrimenti avete esagerato con i liquidi e la struttura non regge.Se ciò dovesse capitare unite un cucchiaio di pane grattugiato e rifate il test.
Io preferisco non aggiungere farina, o proprio poca, ed asciugare con il pan grattato.Se supera il test di cottura, prelevatelo dal brodo, assaggiate la consistenza finale, eventualmente aggiustate gli aromi e procedete con la preparazione delle altre palline.
Cuoceteli in due tornate, non ammassateli nella pentola e lasciateli venire a galla senza stressare troppo la temperatura del brodo.
Servite dopo i 5 minuti di cottura in un piatto fondo, 4 a testa, con brodo che li copra per circa la metà.

logocommunity

 

 


Lascia un commento

Il pandoro tostato, la nostra prima colazione del nuovo anno.

Whatever comes, let it come.

Whatever stays, let it stay.

Whatever goes, let it go.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Il pandoro è il file rouge dell’anno che ci siamo appena lasciati alle spalle, è il vecchio ed il nuovo, insomma. E non ditemi che non è avanzato anche dalle vostre parti. Da noi, per giunta, è senza glutine, ma buonissimo. Stamattina lo era particolarmente, l’ho preparato come un toast alla francese, ispirata, ancora una volta, da Laurel.

Se avete del Panettone, va bene uguale.

Ecco la ricetta:

1 bicchiere di latte

2 fette di pandoro o panettone

1 uovo

1 cucchiaio di Amaretto di Saronno

1 cucchiaio di succo d’arancia

zucchero ql

noce moscata qb

1 noce di burro per la cottura

zucchero a velo e fette d’arancia per guarnire.

 

Dimenticavo, Buon Anno Nuovo! Se volete, rimaniamo connessi anche quest’anno.

Baci :-*

 


2 commenti

Per amore del bergamotto.

Il gesto amorevole di proteggere un albero dal vento è antichissimo, e la Mitologia lo attribuisce alla dea sumera dell’amore, Inanna, anche dea della fecondità e della bellezza.

Il gesto di Inanna è stato ripetuto infinite volte nel corso dei secoli, soprattutto nei confronti degli alberi appartenenti alla famiglia degli Agrumi, sottratti al giardino degli dei da Eracle, che li usò come moneta di scambio per l’immortalità.

Fu una delle Esperidi, disperata custode di questo giardino, che raggiunse la Calabria con una pianta di arancio, attratta da quella lingua di terra sulla costa tirrenica che oggi corre per 75 km da Villa San Giovanni a Brancaleone sullo Ionio, zona di produzione dei bergamotti, dove questi agrumi misteriosi, nati probabilmente da una impollinazione casuale, crescono spensierati e naturali, da aver conquistato il marchio DOP.

Ripercorrendo velocemente le varie epoche storiche, partirei con voi dalla Casa del Frutteto di Pompei, le cui pareti affrescate propongono un’eterna primavera fatta di cedri pieni di frutti. Studi degli anni Settanta hanno infatti ipotizzato che limoni venivano coltivati in aria vesuviana contrariamente a chi attribuisce agli Arabi l’introduzione di questa specie.

Il contadino di epoca romana conosceva senza dubbio l’importanza di una buona esposizione come il privilegio dato da un muretto a secco di protezione. Nonostante i moralismi di Seneca, i suggerimenti di Columella, insieme alle ingegnose attrezzature dei giardinieri, hanno aperto la strada allo studio delle serre. Con la caduta dell’Impero, si perdono le tracce scritte  sull’uso di serre, ma l’Europa del XII si pregiava di ben 742 monasteri circercensi, i cui monaci si dedicarono anche a ricerche in campo agricolo, aperti anche alle innovazioni portate dai Saraceni, inerenti la genetica delle piante, nuove tecniche idrauliche e agronomiche, per non parlare degli interventi degli Arabi su Pantelleria e la probabile costruzione per mano loro dei jardini. Ogni jardinu un solo albero di agrumi, per proteggerlo dal clima ostinato.

Così gli agrumi conquistarono la Penisola, attraendo studiosi e viaggiatori. Allo stesso modo, risalendo in barca il lago da Salò a Gargnano, sarete incuriositi e attratti dal luccichio di serre di dimore bellissime, di grande pregio architettonico, come Villa Bettoni. Si chiamano limonaie, la zona del Garda ne è ricca. Tralasciando l’epoca medicea e l’Orangerie di Re Sole e della terra germanica, facendo una virata storica faticosa vi riporto in Piemonte, dove al suo ritorno dalla Sicilia, Vittorio Amedeo volle adornare la sua residenza di agrumi, essendosi innamorato del profumo inebriante del Bergamotto.  Fu così che nacque la Citroniera della Venaria Reale. Il Committente fu proprio Vittorio Amedeo II di Savoia, divenuto Re di Sicilia dopo il trattato di Utrecht del 1713, l’architetto era siciliano, Filippo Juvarra, realizzatore di un grande capolavoro architettonico, dopo la Cappella di Sant’Umberto, nota ai più.

Per amore del bergamotto siamo arrivati fin qui, in occasione della Giornata Nazionale celebrata oggi dal Calendario del Cibo Italiano, dove vi rimando per fantastiche ricette e maggiori informazioni.

A me premeva sottolineare l’importanza di un gesto gentile, fosse anche quello di proteggere un albero dal vento, perché la gentilezza ha certamente una radice divina.

Fonte

Limonaie, Orangerie·Serre di I. MALABARBA

Foto dal web


2 commenti

Biscotti di tahina gluten free e la seconda opportunità.

A volte una ricetta è una scusa. Una scusa per parlare di altro. Oppure è una metafora, metafora della vita di tutti i giorni. Questi biscotti, ad esempio, parlano di legami, infranti, recisi e ricongiunti. Lo racconta bene Ele, dovete andare da lei per la ricetta originale, di Micol. E’ una storia lunga, quella di Ele, di Micol e …del Doc. Una storia finita per sempre in un ospedale di Tel Aviv, ma rinata in qualche modo con la tahina.

E non è detto che la mia versione gluten free non nasconda dentro questo impasto capriccioso, un’altra storia, di legami ormai sciolti, e chi vuol leggere tra le righe legga pure. Il fatto è, che a mio modesto modo di vedere le cose, ho sempre creduto nella seconda possibilità come se questa fosse un diritto inalienabile di ogni persona.

Non esistono casi irrecuperabili perché forte come la morte è (solo) l’Amore. L’Amore ha il potere di cambiare le cose, di aggiustarle, di ricomporle. Per quanta che sia la sofferenza che ti provoca un gesto sbagliato, una parola di troppo, un carattere ostinato, tutti hanno diritto ad una seconda opportunità.

Il vasetto di tahina di Ele era “separato” tra olio e pasta, magicamente mentre preparava questi biscotti, un piccolo miracolo accadeva sulla sua porta di casa.

Il mio impasto senza glutine, invece, ha fatto tanti di quei capricci, che la normale dose di pazienza non è bastata, ho dovuto eccedere. Per preparare la tahina, ho rischiato di bruciare i semi di sesamo durante la tostatura, ho messo a raffreddare in freezer la lama sbagliata, ho usato una farina poco adatta a fare dolci, ho dovuto aggiungere maizena su un impasto già lievitato per ottenere la giusta consistenza, ho usato delle mandorle già pelate, ma avrei preferito usare quelle ancora con la pellicina.

Insomma, ho sbagliato un sacco di cose, ma ho provato a rimediare con pazienza, perché sapevo a chi erano destinati questi biscotti così speciali e sapevo chi li aveva preparati prima di me.

Per quanto vorrei anche io sperare nei loro superpoteri, so già che le cose tra due persone difficilmente si rimetteranno a posto, perché la fiducia è stata compromessa.

La fiducia è l’altro nome dell’Amore. So che non posso fare null’altro che preparare dei banali biscotti buonissimi, pubblicare questo post e sperare che venga letto da chi ha il potere di cambiare le cose: una seconda opportunità la meritano tutti.

Buona Vita!

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Per la tahina

100 g di semi di sesamo (i miei dall’India)

3 cucchiai di olio di semi

sale q.b.

Per i biscotti senza glutine

150 g di farina senza glutine al grano saraceno

100 ml di olio evo

100 ml di tahina

100 g di zucchero semolato

½ cucchiaino di lievito in polvere

essenza di Vaniglia

50 g di mandorle

farina di maizena (setacciata) qb

 

Se, come me, non avete la tahina già pronta, procuratevi dei semi di sesamo e fateli tostare qualche minuto in forno a 180°C senza bruciarli, per non conferire sapore amarognolo.

  • Mettete la lama del robot da cucina (quella giusta!) in freezer e lasciate raffreddare.
  • Ricomponete il robot e frullate i semi con l’olio e un pizzico di sale fino, evitando di surriscaldare troppo la pasta..
  • Mettete la tahina da parte e in una ciotola capiente, unite gli altri ingredienti secchi.
  • Aggiungete l’olio evo e la tahina. Tenete da parte le mandorle, perché le userete alla fine, prima di infornare. A questo punto, l’impasto, probabilmente non avrà ancora la giusta consistenza. Potete usare del maizena, setacciato al momento con un colino a maglie strette, in quantità piccole aggiunte poco alla volta. Se invece non vi occorre evitare il glutine, usate direttamente la ricetta originale di Micol che trovate nel link sopra.
  • Ad ogni modo, dovete ottenere delle palline di misura uniforme e su ciascuna inserirete una mandola, facendo un po’ di pressione. I miei biscotti erano piuttosto grandi, perciò
  • il tempo di cottura è stato quasi di 25’ a 180°C.
  • Ricordate di foderare con carta forno la placca.