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Avventure di una mamma blogger


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Pollo e riso di Nigella per il Redone

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Simply Nigella è il libro da cui è tratta la ricetta di oggi e che prima di me è stata realizzata da Patrizia per lo Starbook di Maggio del 2016.

Ma, prima di lasciarvi tutte le indicazioni del caso, vi dico che mi sento un po’ come ci si sentiva nell’Antica Grecia, con tutti i dei dell’Olimpo da una parte, e coloro che dall’altra tentavano, spesso invano, delle imprese eroiche.

Insomma, Nigella è la Dea, la divinità che abita l’Olimpo degli autori di fama mondiale nel settore, e poi ci sarei io…ed ecco che la prima figuraccia è presto fatta, a cominciare dal riso selvaggio. Si, quello che pensavo assolutamente abitare nella mia dispensa, con quei chicchi neri come il carbone.

Nisba, nada, rien de rien (come cantava la Piaff), nichts.

Era finito.

In sua sostituzione, un buon riso integrale che regge le lunghe cotture. Celo. E ha tante fibre in più…

Ingredienti per 4 persone
30 ml di olio d’oliva ( Nigella parla di regular olive oil – lasciate perdere e usate extravergine)
1 cipolla pelata e tritata
1 spicchio d’aglio pelato e finemente grattugiato
un cucchiano di curcuma in polvere
2 cucchiaini di semi di coriandolo
2 cucchiaini di semi di cumino
8 cosce di pollo private di pelle ed ossa, ognuna tagliata in 4 pezzi
250 g di riso selvaggio
75 g di cranberry secchi
1 litro di brodo di pollo
sale e pepe qb
coriandolo fresco spezzato a mano per rifinire.

Preriscaldate il forno a 180°.
Prendente una capiente casseruola con coperchio, che possa essere passata poi in forno e che possa contenere con facilità tutti gli ingredienti e versatevi l’olio e la cipolla tritata.
A fiamma dolce fate cuocere per 5/10 minuti mescolando ogni tanto, fino a che non sia morbida.
Considerando che dovrete aggiungere la curcuma, no usate cucchiai di legno o spatole per non macchiarle.
Aggiungete l’aglio alle cipolle, quindi tutte le spezie e mescolate.
Alzate la fiamma ed aggiungete i pezzi di pollo, mescolando per 3 minuti affinché i succhi vengano sigillati, nonostante la carne non si colorirà di molto.
Aggiungete il riso e mescolate per un minuto, per poi aggiungere i cranberries e il brodo di pollo e portate a bollore.
Coprite con il coperchio quindi mettete in forno per 1 ora.
Rimuovete la casseruola dal forno e controllate che il riso sia pronto: i grani dovrebbero essere morbidi e cominciare ad aprirsi ma ancora leggermente al dente.
Aggiustate di sale e pepe quindi eliminate il coperchio e rimettete in forno per altri 15 minuti.
Siccome il riso selvaggio (che non è un cereale ma un’erba) non assorbe tutto il liquido, questo non è come un tradizionale pilaf ma produce una piccola quantità di salsa ricca e fluida.
L’effetto che avrete è quello di un pollo e cranberries adesso dorati a contrasto del riso selvaggio nero e lucido.
Mescolate metà del coriandolo fresco nel riso ed il resto sulla portata se lo servite immediatamente, altrimenti attendete il momento del servizio per rifinire con il resto del coriandolo.

NOTE

-Per portarmi avanti col lavoro, di buon mattino, la prima cosa che ho fatto è stata preparare il brodo di pollo. Ta-dan. Non è detta neppure mezza parola su questo elemento, ed è una cosa che dispiace perché non credo che il mio brodo di pollo sia come Nigella vorrebbe che fosse. Ad ogni modo io ci ho messo un po’ della polpa del pollo che avevo preso, e per insaporire, carote, pomodori, patata, prezzemolo. Non l’ho chiarificato, ma solo filtrato. La quantità indicata, è comunque precisa.

-I semi in genere andrebbero almeno tostati velocemente, prima di essere usati in qualsiasi piatto, a meno che non sia espressamente indicato il contrario. Io ho preferito tostarli e lo consiglio anche a voi.

-I mirtilli ci stanno da dio. Si può anche eccedere.

-Talvolta si suggerisce di infarinare la carne prima di sigillarla nell’olio, però in effetti questo piatto ha una sua cremosità che probabilmente gli deriva dal tipo di riso utilizzato. A questo punto mi chiedo se quello selvaggio è davvero il tipo di riso da utilizzare in questo piatto, o se Nigella ha cavalcato una moda del momento.

Ai posteri l’ardua sentenza, ma certamente questa ricetta è

PROMOSSA

 

a2bredone

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Lonza di maiale con castagne prugne e mele per il Club del 27

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La partecipazione a IL  CLUB DEL 27 è stata la  naturale conseguenza di una precedente “conoscenza”…quella della community che va sotto il nome di MTChallenge, un nutrito gruppo di food bloggers che amano parlare di cibo e raccontarlo in un certo modo, con lo stile di chi ha con questo argomento un rapporto autentico ed equilibrato, e vuole trasmetterlo a quanti la pensano allo stesso modo.

By the way….la sottoscritta è entrata in questa family troppo tardi,complici le castagne di un novembre di ormai sei anni fa, o giù di lì. Oggi quelle famose castagne son tornate a trovarmi,come scelta della ricetta che vi presento e che rappresentò la sfida di quel novembre, numero 34. Io ho scelto, per il Club, di realizzare la lonza di maiale, una ricetta che illo tempore fu la proposta di Rosaria.

Qui troverete tutte le altre proposte che sono state selezionate oggi per voi.

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1.250 g di lonza di maiale con osso
400 g castagne
2 mele annurche  rosse
4 prugne
1 cipolla rossa grande
1 bicchiere di vino rosso 
sale
olio
alloro
rosmarino
salvia
pepe
noce moscata

Per prima cosa sbucciare le castagne e lessarle in acqua e 1/2 bicchiere di vino rosso, un pizzico di sale e una foglia di alloro. Arrivare fino a metà cottura delle castagne. Spegnere e separare la castagne dal loro brodo. Filtrarlo e metterlo da parte. Pulire le castagne dalle pellicine e mettere da parte.
In una teglia con un filo d’olio sistemare la lonza che prima è stata massaggiata con il sale e un trito di rosmarino. Infornare in forno caldo a 200°C per una mezz’ora.
Nel frattempo, lavare e tagliare a pezzi grossi le mele e le prugne. Pulire la cipolla a tagliarla. In una ciotola mescolare tutto e condire con sale, pepe,della noce moscata grattugiata e un pochino di vino rosso (meno di mezzo bicchiere).
Aggiungere il tutto nella teglia della lonza insieme ad un pochino di brodo delle castagne.
Coprire tutto con un foglio di alluminio e reinfornare a 180°C per 3 quarti d’ora circa.

Trascorso questo tempo, eliminare il foglio di alluminio e continuare la cottura per altri 20/25 minuti..
A fine cottura, raccogliere il tutto e frullarlo con un minipimer, fino a formare una purea non troppo liscia.

 

#quelgrangeniodellaMai

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Seconda lezione:la pasta! Io speriamo che me la “cacio”. Spaghetti cacio e pepe & sedanini al ragù di cinghiale, tutto gluten free.

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Dove vivo io, c’è spesso sole e bel tempo. Un paesaggio colorato di rosso e macchiato del verde degli ulivi. La macchia, quella mediterranea, è molto ben rappresentata a queste latitudini, anzi penso di essere nel cuore di quello che è definito “salento”, un termine abusato, quasi sporcato da interessi che poco hanno da spartire con la sincerità di questa terra.

D’altro canto, valori come sincerità, amicizia, solidarietà e onestà, perdono sempre più terreno nel mondo odierno, lasciando  il posto a tutt’altro. Lungi dal voler sembrare catastrofica, oggi vi parlo di ciò che, a tavola, esprime l’esatto opposto: un confortante e onesto piatto di PASTA ben mantecato, italiano fin nel midollo, terapeutico per noi…..

gli spaghetti senza glutinecacio e pepe“,ricetta italianissima nelle classifiche e romana nell’essenza. Un piatto apparentemente semplice nell’esecuzione, che in realtà può mettere in seria discussione la bravura di qualsiasi chef.

Parliamo dell’ abc della cucina italiana, una cucina fatta di regioni che si parlano, contaminandosi l’un l’altra pur rimanendo rispettose delle loro singole identità. Un piatto in cui il pecorino romano stagionato almeno dodici mesi farà la differenza!

Il pepe tra i migliori che potrete reperire e macinare al momento. Il resto, e molto altro ancora, ce lo ha spiegato Greta,con una generosità disarmante, nelle dispense sulla cottura e mantecatura della pasta-cioè la lesson number two dell’MTC- i trucchetti e le “mosse” giuste per far gustare una pasta degna di questo nome, anche senza glutine! A seguire, per i pastaioli sugo – “addicted”, troverete un piatto di sedanini di riso e mais al ragù di cinghiale, insomma, avete materiale tra cui scegliere, oppure fate entrambi!

Cacio e pepe di Greta De Meo

Ingredienti: per 4 persone

Attrezzatura:

una pentola capiente per bollire la pasta

Una padella per mantecare

Una bastardella d’acciaio

Una pinza

Una frusta

 

400 g di spaghetti (per me n. 5 Barilla senza glutine)

120 g di pecorino stagionato grattugiato fino

Pepe nero

Lessate la pasta in abbondante acqua poco salata. Mentre la pasta cuoce sciogliete il formaggio in una ciotola aiutandovi con una frusta, aggiungendo poca acqua per volta, fino ad ottenere una crema, tenete in caldo.

Tirate su la pasta 3 minuti prima del punto di dente e continuate la cottura nella padella con un filo d’olio, il pepe e abbastanza acqua per permettere la cottura. Fate riprendere calore sempre mescolando e agitando la pasta nell padella così da creare un’emulsione tra amidi e grasso, continuate fino ad arrivare a cottura. Fuori dal fuoco e lontano dal fornello caldo aggiungete velocemente la crema di pecorino, saltate la pasta velocemente e servite fumante, la cacio e pepe non può aspettare. Aggiungete un altro pizzico di pepe sul piatto prima di servire

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 Per il ragù di cinghiale ho seguito le indicazioni qui, partendo da cinghiale allevato a km zero dell’Az. Ingrosso.

Ingredienti

120 g Sedanini di riso e mais (senza glutine)

1,5 lt acqua

sale grosso qb

300 g circa di ragù

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Oum Ali-Egyptian bread pudding per il Redone

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Da Baklava to Tarte Tatin di B. Laurence proviene questo Dolcino veloce veloce che ho realizzato con dei croissant senza glutine confezionati, alla ricerca di una ricetta che parlasse di Medio Oriente, e, come ultimamente mi succede, l’ho trovata nel repertorio dello Starbooks, precisamente qui. L’ho realizzata per il Redone di Ottobre.

Nel nome, un piccolo mistero. Anzi due. La mamma di Ali (oum Ali) chi è?…

Sul pudding “egiziano” possiamo anche parlare, o almeno supporre. Ignoro la posizione dell’autore sull’argomento, però è assolutamente plausibile l’accostamento della parola pudding con l’aggettivo egiziano. O almeno così pare…nel senso che il britannico pudding pare sia stato importato dagli antichi Romani ai tempi delle grandi conquiste, tanto che il famoso butellum di cui parla Apicio altro non è che un pudding in versione salata.

Da Giulio Cesare a Cleopatra è un attimo, vero? Insomma, questa è una mia supposizione, ma ad ogni modo questa ricetta ha il suo perché😉!

Per 6-8 persone:

4 croissants vuoti, vecchi di 2 giorni (per me senza glutine)
50 g di pistacchi
50 g di uva sultanina
50 g di mandorle a lamelle + altre per guarnire
50 g di gherigli di noci
50 g di noce di cocco grattugiata
150 g di zucchero semolato
1/2 cucchiaino di cannella
50 g di latte in polvere
750 ml di latte
250 ml di panna
1 cucchiaio di acqua di rose (oppure di estratto di vaniglia)Sciroppo di rose

6-8 stampi da ramequin

Preriscaldare il forno a 200 °C in modalità statica.
Rompere i croissants con le mani in grossi pezzi e distribuirli tra gli stampi da ramequin.
In una ciotola mettere tutta la frutta secca e mescolarla con le mani; distribuirla uniformemente tra glii stampi da ramequin e mescolare ognuno di essi, perché si distribuisca uniformemente.

Mettere zucchero, cannella e latte in polvere in una pentola e scaldarli su fiamma media. Aggiungere il latte, la panna e l’acqua di rose (o l’estratto di vaniglia) mescolando. Portare a bollore mescolando continuamente, poi versare negli stampi da ramequin.
Far riposare 10 minuti per permettere ai croissant di assorbire bene il composto, poi infornare per 15-20 minuti, finché la superficie non abbia assunto un bel colore dorato.
Servire tiepidi.

NOTE

Non ho il libro di Laurence perciò ho seguito il lavoro come ha fatto Mapi. I lievitati senza glutine, però, hanno bisogno di più liquidi, ma a sorpresa il risultato è stato eccellente. Ho usato lo sciroppo di rose, perché non avevo l’acqua di rose e credo che sia stato quello a legare meglio, essendo anche più denso.

La farina di cocco in alcuni stampi è rimasta tale, non è stata “assorbita”.

E’ un dolce veloce e sorprendente, allo stesso tempo.

Avevo degli stampi da pudding in alluminio molto piccoli e ne ho provato uno, oltre ai ramequin in ceramica. Sono riuscita a sformarlo comodamente per un impiattamento più elegante (foto sotto).

Ho servito con dei ciuffi di panna montata.

Piaciuto tantissimo a tutti.

PROMOSSO

nota 2

Per l’origine del “pudding” leggete l’articolo di Alessandra Gennaro pubblicato su “A Tavola” n. 8 Agosto 2016. E’ illuminante.

 

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Falafel per lo Starbooks Redone

Così fece in modo che alla moglie e a lui le cose apparissero del tutto naturali, come se i vent’anni trascorsi fossero finiti fra due presse gigantesche, polverizzandosi fino a trasformarsi in un foglio trasparente, quasi invisibile.

Da “Ritorno a Haifa” di G. Kanafani

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È già Ottobre, un mese generoso, come qualcuno ha detto. Io non vedo l’ora di parlarvi dei falafel, queste frittelline speziate ai ceci tutt’altro che facili da preparare (almeno per me è stata una personale Odissea).

Ottobre è anche il periodo dell’anno in cui in molte città Italiane si celebra la cultura araba. A Napoli si inizierà il 14, per esempio. Il mio amico Omar, che mi ha insegnato come fare i falafel, viene dalla Palestina e vive a Napoli da circa 40 anni, dove ha un ristorante arabo. Si dedica da tempo, attraverso la cucina e il Teatro, alla diffusione della cultura delle sue origini e lo fa con amore e generosità, e in modo del tutto pacifico e gentile.

La ricetta che ho scelto, è stata selezionata per noi dalla Redazione dello Starbooks ed è infallibile, a prova di Omar, insomma, e a prova della Van Pelt, soprattutto (!).

Tratta da Mon Grain de Sel di Bernard Laurance

500 g di ceci crudi( tenuti in ammollo una notte)

6 spicchi d’aglio
mezzo mazzo di prezzemolo
mezzo mazzo di coriandolo (in totale 60 g)
mezza cipolla
1 cucchiaino da caffè di bicarbonato
1 cucchiaio di sesamo (per me tahini)
2 cucchiaini di coriandolo in polvere
2 cucchiaini di cumino in polvere
mezzo cucchiaino di peperoncino in polvere
sale e pepe
– mettete a bagno i ceci o le fave per 24 ore in acqua fredda. Laurence raccomanda due cose
  1. di non usare in nessun modo ceci in scatola(ovviamente la prima volta che ho fatto i falafel ho commesso questo grosso errore e non vi dico lo scempio)
  2. di scolare molto bene e di asciugare perfettamente i legumi, dopo che sono stati a bagno, visto che è l’eccesso di umidità che può far rompere PRi falafel in cottura
– passateli al mixer per circa un minuto. E’ importante ottenere una purea non perfettamente liscia, ma un po’ grossolana, sufficiente ad essere compattata in polpette con poca fatica. Una purea troppo liscia causerebbe di nuovo la disgregazione dei falafel in cottura.
– trasferite la purea in una terrina e aggiungete le spezie e il bicarbonato
– tritare finemente il prezzemolo, il coriandolo, la cipolla e l’aglio. L’autore consiglia di asciugare perfettamente le erbe, SE si lavano prima dell’uso .E’ anche possibile tritare le erbe assieme ai legumi: in questo caso, si avrà un composto tutto verde. Quest’ultimo metodo è quello usato da me.
– per avere una texture più consistente, si può aggiungere il sesamo all’interno. Io ho usato la tahini.
– dopodichè, si dà loro la forma di polpette piatte (lui ha usato l’attrezzo apposito) e le si friggono in olio profondo, fino a quando sono perfettamente dorate da tutti i lati. Scolatele su carta assorbente e serviteli con hummus o anche da soli.
Note mie:
Ho tribolato per anni prima di approdare ad una ricetta decente per falafel e questa è affidabilissima. Se non avete molta manualità con le polpette, potreste acquistare su Amazon il dosatore per falafel a prezzi modici. Ho visto usarlo quando li abbiamo fatti con Omar e ho fatto una fugace ripresa che non riesco a condividere ma vi assicuro che questa ricetta è
PROMOSSA


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Mint Jelly per IL Club del 27

A Settembre si riprende anche con il Club del 27…e oggi che giorno è? L’allegra brigata si è sbizzarrita a produrre conserve di ogni tipo, ne vedrete delle belle. Io sono rimasta catturata da questa alla menta e anche se le marmellate non sono il mio forte, ci ho provato. Il colore è naturale perché non amo i coloranti, ma forse avrei dovuto fare un’eccezione. Ad ogni modo, mi son leccate le dita!

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Una fresca e gustosa conserva per accompagnare arrosto di agnello e salse, da aggiungere anche ai condimenti delle insalate per un tocco Marocchino.

Per 6 barattoli da 225 g ciascuno

Tempo di preparazione 35 minuti più 24 ore di riposo

Tempo di cottura 1 h e 15 minuti

1,5 kg di mele Gala

2 rami di menta ed altri 6 cucchiai di menta in foglie

800 ml di aceto di vino

500 g di zucchero semolato per ogni 600 ml di estratto ottenuto

colorante verde (facoltativo)

  1. Tagliare le mele a tocchetti senza sbucciarle, togliendo le parti guaste.
  2. Mettere i pezzi di mela in una pentola per marmellate e aggiungere 800 ml d’acqua e i rametti di menta. Portare a bollore, poi abbassare il fuoco e cuocere per almeno un’ora fino ad ottenere una soffice polpa. Per evitare che si attacchino al fondo girare di tanto in tanto.
  3. Aggiungere l’aceto e far bollire nuovamente per almeno 5 minuti.
  4. Nel frattempo preparare un sacchetto da sospendere al di sopra di una ciotola legandolo ad una stoviglia adatta a sorreggerlo.
  5. Inserire nel sacchetto (che può essere anche uno strofinaccio) il composto di mele da far sgocciolare per tutta la notte o comunque per non meno di 24 ore. Resistere alla tentazione di spremere il sacchetto altrimenti la marmellata risulterà opaca.
  6. Il giorno successivo, svuotare il sacchetto e misurare l’estratto ottenuto. Versare l’estratto in una pentola e per ogni 600 ml , aggiungere 500 g di zucchero.
  7. Nel frattempo sterilizzare un numero sufficiente di vasetti.
  8. Mescolare gentilmente la miscela fino a quando lo zucchero sarà del tutto dissolto. Portare a bollore velocemente e per almeno 10 minuti. Verificare il raggiungimento della giusta consistenza con un termometro (105°C) oppure far raffreddare un cucchiaino e testarne la collosità con le dita.
  9. Togliere dal fuoco, schiumare ed eventualmente colorare (io ho omesso l’uso di coloranti)
  10. Riempirei vasetti mentre sono ancora caldi, chiudere ermeticamente, etichettare e conservare al buio ed in luogo asciutto. Refrigerare successivamente.

 

 

#quelgrangeniodellaMai

 

 

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Il profumo del grano! Un cestino di pane per l’Mtc S-cool.

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Suono di campanella anche per me quest’anno, torno in classe, non nel mio ruolo di supplente di Matematica e Scienze, bensì come allieva della scuola più ambita del web, MTC S-cool!!! E’ stato davvero un bel regalo, visto che le due prove per essere ammessa di diritto sono state non proprio sufficienti. Intervento divino? Senza dubbio! E allora me la voglio proprio godere fino in fondo questa avventura…certo iniziare con una lezione sulla panificazione mi ha un po’ atterrita, ma poi mi son detta: cambio cucina, mi trasferisco per qualche giorno da un’altra parte! Se il glutine non può venire in casa mia, vado io in una cucina glutinosa! Perciò, ad armi pari, mi presento col compito svolto. Cinque anni senza maneggiare farina di grano son tanti per far perdere la manualità, però le nostre prof, a colpi di dispense sull’argomento, ci hanno dato un bel aiuto. Ed il cestino del pane è fatto. Dire che sia stato facile, non sarebbe corretto. E’ stato faticoso realizzare quattro categorie di pane, ma anche molto bello, credetemi! E poi, non mi sento in colpa per aver cotto del pane di grano, nel senso che ho capito che se considero la celiachia di mio figlio un “limite” per me, sbaglio due volte.

Un cesto di pane va sempre abbinato al menù cui si accompagna. Greta ci ha fornito tre possibili chiavi di lettura in tal senso, che sono territorio, contrasto e/o armonia. A me piacevano tutte e tre … per questo motivo ho pensato al mio cestino di pane come prevalentemente formato da ingredienti del luogo, come la farina Senatore Cappelli, un grano antico tornato all’attenzione e prodotto anche a km zero per un consumo di nicchia. Questa scelta, a dir la verità, racconta del mio lavoro di ricerca universitaria sul genoma di grano duro, perciò parlava di me a me stessa e questo aspetto mi è piaciuto molto. L’ho utilizzata per le biove, i panini e i crackers. Conferisce al pane un profumo ed un gusto “rustici”, difficile forse da apprezzare, se non lo si conosce. L’olio evo ha fatto da file rouge, anche l’olio un prodotto locale, fatto di olive celline di casa nostra. Olive che ritroverete nei panini, tra le pieghe del “ventaglio” pull apart. Lo zafferano dei crackers è scelto per contrasto ma anche per “parentela”..è una produzione italiana di zafferano che mio cugino sta sperimentando ad Arnara, nel Lazio,con ottimi risultati. Unito all’origano essiccato come ci ha insegnato la nonna, è stato per me un riunire un legame, tra lei e il fratello emigrato in Lazio nel secondo dopoguerra. Il menù è di terra.

Avrei pensato, nello specifico, alcuni piatti che per noi fanno o hanno fatto famiglia e cioè:

lumache all’alloro  

tagliatelle ai funghi cardoncelli

secondo di carne o meglio frattaglie con crema speziata di mele

 torta “pasticciotto” leccese

Vino “negroamaro”!

Iniziamo con le biove di grano duro, ricetta di Maria Pia Bruscia.

500 g di farina 0 Sen. Cappelli
280 ml di acqua
20 g di olio extravergine di oliva
20 g di lievito di birra
1 cucchiaino di miele (meglio se il malto)
8 g di sale fino

Setacciate la farina e formate una fontana sulla spianatoia; fate una fossetta su un lato e mettetevi il sale, poi sbriciolate il lievito di birra nel centro.Versate l’acqua con delicatezza. Raccogliete un po’ di farina dall’interno della fontana e cominciate a impastare, aggiungendo via via altra farina; unite il sale, l’olio e il miele,
continuando a incorporare altra farina fino a quando non avrete ottenuto una pastella abbastanza consistente,quindi coprite tutto con la farina della fontana.
Aiutandovi con la raschia sollevate parte della pastella e premetela sulla cima della montagnetta; proseguite in questo modo lungo tutto il perimetro della fontana, in modo da fare assorbire l’acqua dalla farina.Cominciate a impastare con le mani e valutate se è il caso di aggiungere un altro po’ di acqua: dovrete ottenere un impasto morbido, ma non appiccicoso. Lavorate e battete la
pasta con forza sul piano di lavoro per 8-10 minuti, infine formate una palla con
l’impasto, copritela a campana con una ciotola e fate riposare per 20 minuti.Trascorso questo tempo dividete l’impasto in due, formate due filoni stretti e stendeteli in rettangoli molto lunghi (1,5-2 metri) e sottili (3-4 mm di spessore), larghi 6 o 7 cm. Amano a mano che stendete l’impasto, arrotolatelo come se fosse una garza: otterrete due grossi rotoli.Infarinate abbondantemente un canovaccio pulitissimo. Appoggiate sul piano di lavoro uno dei due supporti – può essere un pacco di zucchero. Copritelo con un lembo del canovaccio infarinato, che stenderete sul piano di lavoro dal lato lungo. Adagiate sul canovaccio un rotolo di impasto, tenendo la falda sotto e appoggiando la chiocciola contro il lato dove c’è il supporto. Sollevate un lembo di tessuto dall’altra parte della chiocciola creando un divisorio. Appoggiate la chiocciola del secondo rotolo di pasta contro il divisorio di tessuto infarinato, sollevate il canovaccio all’altezza della seconda chiocciola e appoggiateci contro il secondo supporto. Coprite gli impasti con l’altro canovaccio e fate lievitare, al riparo da correnti d’aria,per 30-40 minuti. Preriscaldate il forno a 200 °C in modalità statica.Prendete delicatamente i rotoli di impasto e tagliateli a metà per il lungo (la chiocciola dovrà risultare divisa a metà) aiutandovi con la raschia o con un coltello a lama liscia.Sistemate i pani su una teglia con il taglio rivolto verso l’alto e incidetelo ulteriormente con una lametta per 1 cm di profondità.Infornate il pane e fatelo cuocere per 25-30 minuti.
Estraetelo dal forno e bussate con le nocche sul fondo: se suona vuoto è cotto,
altrimenti rimettetelo in forno, abbassate la temperatura di 10 °C e rimettetelo in fornofino a cottura ultimata.Fatelo raffreddare su una gratella prima di servirlo.

Per la focaccia al rosmarino:

-Biografia:Sorelle Simili “Pane e Roba Dolce”
Corsi Panificazione di Adriano Cortinisio per procedimenti e tecnica

200 g di farina 0, 300 g di farina 00, 300 ml di acqua, 8 g di miele,5 cucchiai di olio extravergine,6 g lievito di birra fresco e aghi di rosmarino qb.

In un ciotola mettete l’acqua, il malto e il lievito e sciogliete bene, poi aggiungete l’olio d’oliva ed amalgamate con una frusta. Aggiungete la metà abbondante della farina e amalgamate ai liquidi velocemente con una forchetta. Aggiungete il sale ed incorporate.Versate la restante farina e aiutandovi con una spatola, con cui fate dei tagli idratate incorporando la farina.Appena la farina sarà incorporata rovesciate l’impasto su un piano non infarinato. Massaggiate l’impasto facendo pressione con il polso della mano,basta in tre punti in orizzontale, poi rovesciate l’impasto chiudendolo su se stesso aiutandovi con la spatola.Fate questo passaggio altre due volte. Dopo la terza volta vi accorgerete che l’impasto inizia ad avere un po’ di elasticità (premendo con un polpastrello non rimarrà la fossetta ma l’impasto tende a rialzarsi) vi dovete fermare. Adesso date all’impasto una forma leggermente ovale e con la mano iniziate ad arrotolarlo dall’alto in basso dando unaleggera pressione. Ruotate l’impasto appiattitelo leggermente, quel tanto da renderlo un
po’ ovale e ripiegatelo su se stesso fino a chiuderlo bene. Chiudete sotto anche i lati del rotolo con i palmi delle mani, creando un impasto a palla.Trasferite l’impasto in una ciotola leggermente infarinata e coprite con pellicola e mettete a lievitare per un ora. Dopo un ora rovesciate l’impasto lievitato sul piano di lavoro leggermente infarinato.Con delicatezza con i polpastrelli picchiettate tutto l’impasto, si formeranno tante fossette. Arrotolate l’impasto su se stesso partendo dall’alto e chiudendolo senza stringere.Trasferite l’impasto nella ciotola, con la chiusura in basso e fatelo lievitare coperto per un’ora. Ripetete questa ossigenazione della pasta per altre due volte a distanza di un ora.Prima della terza ossigenazione dividete l’impasto per le teglie che userete.
Trascorsa un’ora dalla terza ossigenazione l’impasto è pronto per essere messo nella teglia. Ungete bene con olio le teglie che vi serviranno.
Rovesciate con attenzione l’impasto nella teglia. Con i polpastrelli picchiettate tutto
l’impasto, partendo dal centro verso i quattro angoli della teglia, premendo solamente senza allargare. La pasta un po’ alla volta si allargherà. Quando si sarà già abbastanza allargata è il momento di girarla. Con attenzione appoggiare un lembo dell’impasto sull’avambraccio e alzandolo con l’impasto ruotate la pasta. Riprendete a picchiettare la pasta, se vi sembra che non si allarghi non tiratela e lasciatela riposare 10 minuti poi riuscirete a stenderla bene. Riposo di 30 minuti e poi lasciare al naturale irrorate la focaccia con un emulsione di 3 cucchiai d’olio e 3 cucchiai d’acqua con un po’ di sale e aghi di rosmarino. Coprite e mettete a lievitare per un’ora.Cuocete in forno a 250 °C per 13 minuti circa. Appena cotta spostatela dalla teglia e mettetela su una griglia.

 

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500 g di farina 0, 230 ml di acqua, 60 g di olio extra vergine d’oliva,15 g di sale,5 g di lievito di birra, 1 cucchiaino da caffè di zafferano di Arnara in polvere, origano qb.

Dopo aver ottenuto un impasto omogeneo, lasciare lievitare fino al raddoppio.Ribaltare l’impasto sul piano da lavoro, appiattirlo e poi stenderlo fino ad ottenere una sfoglia molto sottile. E’ possibile anche staccare un pezzo alla volta di 100 g circa e stenderlo con la macchina per la pasta.Formare i crackers con una rotella dentellata o con un coppapasta e bucherellare la superficie con i rebbi di una forchetta. Trasferire nella teglia rivestita di carta da forno.Fare un’emulsione con 50 g di olio e 50 ml di acqua e spennellare i crackers;spolverizzare con fiocchi di sale o sale grosso. Infornare a 200° e cuocere per 10 minuti,fino ad ottenere una doratura uniforme.Togliere dalla teglia e lasciar raffreddare completamente. Riporre in un contenitore a chiusura ermetica.

Panini PULL APART BREAD
Da: lamammapasticciona.blogspot.com
375 g farina 0
10 g lievito di birra
250 ml latte a temperatura ambiente
1 cucchiaino di miele
7 g sale
1 pizzico di zucchero
30 g burro per spennellare la superficie
Patè di olive nere 100 g
Sciogliete il lievito nel latte con lo zucchero e il miele,
mescolate e lasciate riposare qualche minuto. Nella planetaria con
il gancio mettete la farina, aggiungete poco alla volta il latte.
Quando l’impasto inizia a formarsi aggiungete il sale e continuate
ad impastare fino a quando incorda bene. Lavorare ancora un pò con
le mani, l’impasto deve essere morbido ed elastico, e lasciate
lievitare in una ciotola chiusa con la pellicola fino a quando non
raddoppia il suo volume. Lavorate la pasta su di un piano ben
infarinato e stendetela con un mattarello.
Una volta ottenuta una sfoglia di circa 5 mm di diametro spalmate
il patè di olive e tagliate a strisce uguali, che andranno poi
sovrapposte con la parte condita verso l’interno, quindi tagliate
a quadrati da porre nello stampo imburrato ed infarinato, in
verticale.
Spennellare con il burro fuso e lasciate raddoppiare all’interno
del forno chiuso.
Infornate a 180°C in forno statico per circa 30/40 minuti.

Sfornare e lasciar raffreddare prima di togliere dalla terrina.

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Con questo cesto di pane svolgo il mio primo test 😉

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