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Avventure di una mamma blogger


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Una storia “a macchia d’olio” e una ricetta pugliese per il Calendario del Cibo Italiano

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Avvicinandomi a descrivere un alimento come quello di oggi, l’olio extravergine di oliva, così caratterizzante per la mia terra, mi ritrovo come davanti ad un grosso tesoro, nascosto dal tempo che si deposita come un custode troppo egoista e ti sfida a sfidarlo. Eppure, dovevo solo raccontare “qualcosa”  …eccomi invece qui a togliere il camice e indossare i panni di un archeologo, di uno storico o di un turista per caso.

Tutto ha avuto inizio da una delle tante passeggiate domenicali a Gallipoli, quando il nostro piccolo ometto inizia a chiedere con insistenza :”Mamma, mamma, il frantoio ipogeo”.

E già, cosa vuoi che sia?

Dopo qualche minuto, eccoci sottoterra, nel senso buono, all’interno di ambienti scavati interamente nel carparo pochi metri al di sotto del manto stradale, ambienti ricchi di fascino e mistero, testimoni di un passato storico e commerciale della città, esclusivamente legato all’olio.

Sono due a Gallipoli i Frantoi ipogei, quello di Palazzo Granafei, di proprietà dell’Ass. Gallipoli Nostra, e che si estende per circa 200 mq sotto i palazzi di via De Pace  e quello di Palazzo Briganti, visitabile solo su prenotazione.

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A dire il vero, il Salento presenta un reticolo sotterraneo di “trappeti” in grotta, alcuni dei quali sono stati ritrovati all’ interno di castelli e palazzi e di cui non esiste ancora un catasto ufficiale.

D’altra parte, in epoche remote, abitacoli rupestri offrivano un sicuro rifugio per gli abitanti del luogo che si mettevano al riparo da invasioni barbariche, o in età bizantina utilizzati come luoghi di culto e solo successivamente questi ambienti furono  riadattati per la lavorazione delle olive e l’estrazione di olio.

Tutto il vicino Oriente, in realtà, custodisce testimonianze simili, come ha dimostrato negli anni ’80 una campagna archeologica nei pressi di Tel Aviv, dove, secondo gli studi condotti dal dr. Schafer-Schuchardt, sono state rinvenute un centinaio di presse di fattura filistea (1000 a.C.), per non dimenticare la diffusione anche in Grecia e nell’ attuale Croazia.

Il principio che ha guidato nel corso dei secoli il mantenimento dei frantoi in luoghi sottoposti lo ritroviamo già in De re rustica (I sec. d.C.) dell’agronomo romano Lucio Giunio Columella, secondo il quale <<I frantoi e i magazzini da olio devono esser caldi poiché ogni umore al calore si scioglie e si addensa al freddo>>. Questa temperatura doveva essere compresa tra i 18° e i 20 °C in quanto venivano favoriti due passaggi fondamentali nella lavorazione delle olive, il deflusso dell’olio quando la pasta doveva esser sottoposta al torchio, e la separazione dell’olio dalla “sentina” quando poi avveniva il suo deposito all’interno di pozzi di decantazione.

Questo prezioso alimento è diventato, nei secoli, basilare nella dieta mediterranea, grazie alla sua equilibrata composizione, che vede prevalere gli acidi grassi monoinsaturi, soprattutto l’acido oleico. Queste caratteristiche chimiche rendono l’olio d’oliva particolarmente adatto a proteggere vasi e cuore, nonché in grado di abbassare i livelli di colesterolo “cattivo”, favorisce la digestione e difende le cellule dall’invecchiamento.

L’olio extravergine è quello meno acido,

in cui l’acidità è inferiore all’1%. 

 

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Parallelamente alla lavorazione dell’olio, dovette fiorire il suo commercio, di cui, per tornare a Gallipoli, il Porto della “città bella” ebbe un ruolo da protagonista.

Notizie storiche negli Archivi Ufficiali si ritrovano solo successivamente al 1484, anno dell’assalto da parte dei Veneziani a Gallipoli, che fu saccheggiata proprio di olio in deposito nella città.

 

Notizie scritte si hanno a partire dal 1503, anno in cui nel porto salentino venivano imbarcate circa 3210 some di olio (1 soma è pari a 154 lt) con destinazione Venezia.

Fu nel corso del XVII sec che Venezia iniziò ad avanzare pretesa di esclusività per l’acquisto dell’oro liquido nostrano – gli unici a non esserne contenti furono i Genovesi.

Nel 1774 Venezia insediò a Gallipoli un vice Consolato per seguire la faccenda più da vicino. Il commercio dell’olio ormai costituiva una pingue entrata per la città e per le Reali Finanze Borboniche.

Una annotazione del Barone di Eisenbach, a Gallipoli nel 1767 riporta che, nell’anno precedente dal porto della città erano partite 1395 some di olio destinato a tutto il Regno di Napoli.

Da Gallipoli – e per il mondo- partiva la “Mercuriale” del prezzo legale dell’Olio d’oliva per tutto il Regno, mentre a Napoli nasceva nel 1780 una vera “Borsa degli olii di Gallipolicon validità in tutta Europa.

La Borsa degli Olii fu abolita successivamente con decreto Reale dopo oltre un secolo, nel marzo del 1895.

Le Cultivar   Sin dall’epoca romana, nel Salento si coltivano due cultivar principali di ulivo: l’ “Ogliarola”, chiamata anche Ogliarola Leccese o Salentina, e la “Cellina di Nardò”,detta anche Saracena.

Relativamente alle caratteristiche, che avrete modo di approfondire oggi sul sito del Calendario del Cibo Italiano, posso dirvi che la prima è una varietà più gentile e meno resistente a intemperie e malattie, la seconda è più rustica con alte rese di raccolto, ma poca resa in olio, nonché precoce nella maturazione e con un gusto più piccante che lo rende adatto nei condimenti a crudo.

Esiste una terza varietà, il Leccino che dà un olio più delicato e profumato, ottimo in preparazioni più ricercate.

Oggi si parla anche di biodiversità di olive pugliesi e se ne contano a decine!Parliamo ad esempio della Butirra di Melpignano, la Carmelitana,la Cerasola, la Ciddina, la Cima di Bitonto,la Cima di Calabria, la Donna Giulietta e tantissime altre, tutte da custodire. Ma questa è un’altra storia, come altra storia è il presente assillato da Xylella f.

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La ricetta che ho scelto per la GN dell’olio extravergine d’oliva, è legata al territorio pugliese, in particolare a quello salentino e costituiva anche la dieta degli operai del frantoio durante i mesi autunnali. Per non dilungarmi eccessivamente, non vi ho descritto le condizioni border line nelle quali queste persone dovevano prestare la loro manodopera, vi basti pensare che per tutto l’autunno e l’inverno si allontanavano dal frantoio solo un paio di giorni, nelle feste comandate, sia per i ritmi lavorativi molto intensi sia per il fatto di dover andare incontro ad un lungo processo di pulizia personale che vi lascio solo immaginare, tanto era unta la loro pelle.

I pasti venivano preparati all’esterno ed era cura del padrone del frantoio farli consegnare quotidianamente. Oltre i legumi, erano di gran consumo diverse verdure di stagione, tra cui:

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( Rape affogate)

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Ingredienti per 4/6 persone

2 kg di rape

1 spicchio d’aglio

peperoncino

olio extravergine d’oliva  (cv Ogliarola) q.b.

sale q.b.

Mondare le rape, prendere le foglie tenere e le cimette, lavarle, sbollentarle. In un tegame mettere l’olio, l’aglio e, quando l’aglio sarà imbiondito, buttare le rape e finire di cuocere a pentola chiusa col coperchio*. A cottura ultimata spolverare di peperoncino tritato finissimo.

* affogate si riferisce all’utilizzo del coperchio in fase di cottura, come se fosse uno strumento messo per “affogare” più che per cuocere 😉

Fonti

  1. De Rossi, Il contributo dei Porti Salentini allo sviluppo economico della Nazione Ed. Martano 1969
  2. Barletta, Guida pratica ai Trappeti sotterranei nel Salento, Capone Editore 2010
  3. L. Lazari, Cucina Salentina, ed. Congedo
  4. AA.VV., Cultura che nutre, ed. Giunti Progetti Educativi

 

 

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Per la GN delle pittole, la mia versione gluten free nel Calendario del Cibo Italiano

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Mi perdonerete la foto dal cellulare, ma oggi non potevo mancare su questa tavolata virtuale, che ogni giorno il Calendario del Cibo Italiano imbandisce tutti i giorni. Trattasi delle pittole, frittelle di farina che possono essere farcite in tantissimi modi:olive, capperi, cavolfiore, oppure lasciate “bianche” affinchè il goloso di turno possa gustarle rotolate dentro il miele… Una prelibatezza semplicissima da preparare ma gustosissima, tra le preferite di mio figlio, il mio celiachetto! E già, queste in foto sono senza glutine, un piccolo miracolo che posso realizzare quando voglio, per fortuna. A dire il vero,le prepariamo solo nelle Vigilie dell’Immacolata e di Natale.

A Taranto si preparano all’alba del 22 Novembre, giorno di Santa Cecilia: è una tradizione secolare.

Ecco come prepararle:

150 g di farina senza glutine

125 g di acqua tiepida

10 g di lievito di birra

un pizzico di sale fino

olio di semi per la frittura.

Preparare l’impasto con qualche ora di anticipo, perché deve lievitare, in questo modo:sciogliere bene il lievito nell’acqua tiepida e versare poco alla volta sulla farina posta all’interno di una terrina, lavorando con una forchetta (altrimenti vi si appiccicherà tutto sulle mani!). Lasciare riposare almeno due ore con coperchio e in luogo riscaldato. Per abitudine, avvolgo la terrina con degli strofinacci per tenerla al calduccio. Trascorso il tempo di riposo, l’impasto fermentato va fritto poco per volta, usando un cucchiaino bagnato in acqua per ottenere delle pittole più piccole e tutte della stessa misura. Buon appetito.


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Appuntamento col benessere per la GN dell’equilibrio in cucina. Un’insalata di miglio con ceci e zucchine per focalizzare.

Vi ripropongo questi “appunti” scritti tempo fa per un magazine ma sempre attuali e per questo motivo li condivido per il Calendario del Cibo Italiano nel giorno dedicato all’equilibrio.

L’attività fisica è fondamentale per mantenersi in forma. Il segreto la costanza unita alla moderazione: se siete agli inizi, brucerete pochi grassi, ma vi basteranno quattro settimane e potrete smaltire una quantità fino a cinquanta volte superiore a quella iniziale, non disperate.

Col tempo di allenamento, aumenteranno gli enzimi che demoliscono il nostro grasso, vedremo così sviluppare la massa magra, che potrete far misurare con un semplice test bioimpedenziometrico, rivolgendovi a un professionista della nutrizione.

Correre mezz’ora alla settimana serve a ben poco, ahimé. D’altra parte anche i maratoneti veri e propri, con i loro 120 km a settimana, vanno incontro a qualche rischio, sottoponendo a dura prova il proprio sistema immunitario.

Il corretto approccio è quello che sta nel mezzo, in medio stat virtus. Bisogna programmare la propria attività fisica in maniera calibrata, senza sforzi eccessivi e scegliendo un lavoro vario e leggero, alternando dunque nuoto a tennis, jogging e bicicletta con un’andatura moderata. Meglio prediligere dunque le attività fisiche più dolci, a cui si può aggiungere la ginnastica a corpo libero, l’escursionismo e alcune arti marziali, come il Tai Chi Chuan.

Personalmente amo il Pilates, di cui ho potuto apprezzare i benefici effetti a lungo termine, al pari dello yoga: questa disciplina equilibra mente e corpo in profondità e tonifica molto bene la zona lombare. Ricordate di allenarvi almeno 30 minuti ogni due giorni, prestando attenzione a come il vostro corpo risponde e al modo in cui respirate, ottimizzando al massimo le qualità ossigenanti dell’attività fisica che avete scelto.

L’obiettivo che da qualche anno il nostro Ministero della Salute auspica sono i famosi diecimila passi giornalieri, che si possono misurare con i contapassi, piccoli misuratori della distanza giornaliera percorsa, di facile reperibilità e basso costo. Non sono necessari, ma aiutano a creare consapevolezza sul nostro stile di vita.

La sedentarietà non aiuta il nostro benessere, mentre la regolarità nel movimento protegge sia il nostro cuore che il nostro sistema immunitario, rafforzando entrambi, i nostri muscoli riacquistano tono e vigore, ci liberiamo dell’adrenalina accumulata nel corso della giornata.

Le donne che si allenano almeno mezz’ora al giorno per quattro giorni a settimana- semplicemente camminando- riducono, ad esempio, il rischio di infarto.

Chi fa sport non deve saltare i pasti e deve mangiare due ore prima e trenta/sessanta minuti successivi lo sforzo fisico, prediligendo alimenti leggeri ma energetici, aumentando l’apporto di frutta a circa ½ kg. Le verdure sono utili per reintegrare i sali minerali persi in allenamento, e a rifornire di antiossidanti.

 

Per 4 persone

200 g di miglio, 400 ml di acqua, 1 zucchina, 230 g di ceci già cotti, 1/2 cipolla bianca, 200 g di pomodori, 4 cucchiai di olio evo, sale qb.

  1. Bagnare il miglio, scolare l’acqua in eccesso e tostarlo per qualche minuto. Aggiungere l’acqua calda e già salata, lasciando cuocere a fiamma bassa per almeno 20 minuti. A cottura ultimata, sgranare con una forchetta e condire con un po’ di olio.
  2. Mentre il miglio cuoce, lavare le zucchine, tagliarle a cubetti, tritare la cipolla, farla imbiondire nell’olio rimasto, aggiungere le zucchine e lasciar cuocere a fiamma bassa, aggiustando di sale.
  3. Lavare e tagliare i pomodori, infine condire il miglio con questi ultimi, le zucchine e i ceci. Aromatizzare a piacere. Servire calda oppure fredda.

 

 

 

 

 

 


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GN della frisella con una ricetta del Sud: l’ “acqua ssale” (con due s).

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Non so immaginare un mondo senza friselle. Le friselle sono quanto di più opportuno in qualsiasi situazione della vita, perciò immancabili anche oggi che il Calendario del Cibo Italiano ne celebra la Giornata Nazionale, e anche io, contro ogni previsione prevedibile, sono qui a trascrivervi una ricetta tipica salentina che è l’acqua ssale (con due s) e dopo, sappiatelo, torno in ammollo, perché qui si frigge 😉

Ingredienti 4 friselle – 8 pomodorini “mbilati” – 1 peperone verde (cornetto) – 2 cucchiai di olive nere – una cipolla – un cetriolo salentino – un po’ di rughetta – olio evo e sale fino qb.

Bagnare abbondantemente le friselle e condire con sale e olio, spremere i pomodorini, aggiungere il peperone varietà cornetto tagliandolo a rondelle, le olive, la rughetta, la cipolla sottilissima e le fette di caroselli.

<<L’acquassale stocca la fame>>

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E questa è una versione di frisella senza glutine per i più piccoli 😉

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Bianco Mangiare, il lato dolce del Medioevo sul Calendario del Cibo Italiano

Oggi vi parlo di un dolce attualissimo, viste le restrizioni alimentari sempre più frequenti rispetto al glutine, il lattosio e le uova. Il Bianco Mangiare è il dolce giusto per tutti, fatto solo di latte vegetale, amido e una piccola quantità di zucchero bianco, che le persone diabetiche potrebbero facilmente sostituire con la polvere di Stevia.

Ne parla anche Artusi, riportandolo nel suo libro più noto, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, dove propone l’utilizzo della colla di pesce. Io vi propongo una versione ispirata al Ricettario Salentino, Cucina Salentina di L. Congedo, dove ho anche trovato la ricetta del latte di mandorle fatto in casa; bisogna partire proprio da qui per realizzare questo dolce delizioso. Seguitemi e non dimenticate di visitare il sito del Calendario, dove troverete notizie e ricette a bizzeffe, in occasione della Giornata Nazionale dedicata a questo dessert.

Latte di mandorle

Ingredienti

100 g di mandorle già pelate

350 ml di acqua calda

un canovaccio di lino grezzo

Con un robot da cucina sminuzzare le mandorle il più possibile e raccoglierle dentro un canovaccio di lino grezzo, annodando con un po’ di spago. Lasciare in infusione in acqua per 4-6 ore e successivamente spremere un paio di volte per far fuoriuscire il latte del tutto.

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Bianco Mangiare

Ingredienti per 4 persone

300 ml di latte di mandorle

1 cucchiaio di amido di mais o tapioca

50 g di zucchero semolato

buccia di limone

polvere di cannella qb

Stemperare l’amido nel latte di mandorla su fuoco basso e aggiungere lo zucchero, mescolando di tanto in tanto per evitare che si attacchi al fondo della pentola. Quando si sarà addensato, si può servire in ciotola oppure lasciato raffreddare si può sformare. Il dolce si completa con della buccia di limone  e della polvere di cannella, ma può essere accompagnato anche da briciole di meringa alla liquirizia o altro abbinamento, insomma un po’ come vi piace. Io l’ho decorato con della granella di mandorle che avevo messo da parte. Vi garantisco che questo dolce sarà l’unico ricordo del menu che lo ha preceduto, ottimo come dopocena!

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Un Pasticciotto per tutti!

Oggi sono particolarmente emozionata per il fatto che il Calendario del Cibo Italiano renda omaggio ad un tipico dolce salentino dedicandogli una intera giornata, la GN del Pasticciotto Leccese

Così ho avuto l’onore di contribuire personalmente all’evento con il contributo che potrete leggere sul sito di questo meraviglioso progetto dell’MTC.

Non poteva però mancare, in abbinamento all’originale/tradizionale, anche una versione gluten free, che vi propongo oggi qui sul mio blog. Che sia nato a Lecce o giù di lì, il Pasticciotto ci fa sentire a casa nostra, ancora oggi. Non si tratta semplicemente di una ricetta, ma di un vero e proprio segno distintivo per il nostro palato. Immancabile nelle colazioni al bar, in spiaggia, nelle ricorrenze…un vassoio di pasticciotti si regala per amicizia, in segno di gratitudine o anche senza un preciso motivo se non quello della gioia della condivisione. E se di condivisione si parla, è giusto che tutti abbiano le stesse possibilità di acceso. E’ per questo motivo che ho voluto provare a realizzare in casa un pasticciotto senza glutine (anzi, più di uno) ed il risultato è davvero rassicurante (per le mie ansie di mamma gluten free). Provare per credere!!!

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Per la pasta frolla:

250 g di farina per dolci senza glutine

125 g di strutto 

125 g di zucchero semolato

80 g uova

ammoniaca per dolci (la punta di un cucchiaino)

La scorza di un limone grattugiata sottilmente.

Per la crema pasticciera del ripieno:

500 ml di latte intero

4 tuorli

150 g di zucchero semolato

40 g di amido di mais

1 bacca di vaniglia

Per la lucidatura:

1 tuorlo sbattuto con un cucchiaio di latte

Come fare.

  • Per prima cosa preparate la crema che dovrà essere ben fredda per confezionare i Pasticciotti. Portate il latte ad ebollizione in una casseruola con fondo spesso, insieme alla scorza di limone o la vaniglia (a piacimento) quindi spegnete il fuoco e lasciate in infusione almeno 1 ora.
  • Sbattete bene le uova e lo zucchero miscelato alla farina fino a che non saranno pallide e gonfie. Rompete la crema con un paio di cucchiai del latte intiepidito ed mescolate con una forchetta. Accendete il fuoco sotto il latte e versatevi il composto di uova e zucchero quindi con una frusta, mantenendo la fiamma bassa, non smettete di mescolare. Quando la crema comincerà a sobbollire, controllate la densità preferita e spegnete senza superare i 3/4 minuti dall’inizio dell’ebollizione, per non rischiare di stracciarla. Una volta pronta, versatela velocemente in una ciotola di metallo. Appoggiate la ciotola in una ciotola più grande, dove avrete messo acqua e ghiaccio e cercate di raffreddare velocemente la crema mescolandola con la frusta. Quando sarà intiepidita, copritela con una pellicola trasparente a contatto, per evitare che si formi la “pellicina” e riponetela al fresco fino all’utilizzo.
  • Disponete la farina a fontana, mettendo al centro lo zucchero, lo strutto, le uova e gli aromi. Amalgamate tutti gli ingredienti con una forchetta senza intaccare la farina. Fatto questo, portate la farina sopra gli ingredienti umidi e lavorate il tutto velocemente cercando di non farlo riscaldare. Otterrete una pasta liscia ed omogenea. Fatela riposare in frigo almeno per un’ora o se preferite per tutta la notte (poi ricordatevi di toglierla almeno mezz’ora prima di lavorarla).
  • Imburra gli stampi per Pasticciotto e metteteli in frigo.
  • Su una spianatoia stendete con un matterello la pasta allo spessore di 3 o 4 mm.  Tagliatene dei pezzi sufficientemente grandi per riempire lo stampo e fuoriuscire dai bordi (vedi foto). Appiattite bene la pasta all’interno dello stampo quindi riempitelo con la crema fredda. Con un altro pezzetto di frolla, richiudete la crema e schiacciate la pasta lungo i bordi tagliandola delicatamente con le dita. Esercitate una pressione con le dita tutto intorno ai bordi e vedrete formarsi la caratteristica cupoletta.
  • Sbattete il tuorlo con il latte e spennellate bene il coperchio. Procedete alla stessa maniera fino alla fine degli ingredienti. Una volta pronti, mettete gli stampi in frigo per almeno mezz’ora, in modo da raffreddare ulteriormente la crema ed evitare che fuoriesca in cottura.
  • Mettete gli stampini in forno preriscaldato a 220°. La friabilità finale è data anche dalla cottura veloce ad alta temperatura. Dovranno cuocere dai 7 ai 10 minuti, dipende da forno a forno. Controllate il colore, che deve essere ambrato e lucido.
  • Una volta pronti, toglieteli e sformateli subito facendoli raffreddare su una griglia. Gustateli ancora tiepidi perché sono perfetti così!

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Babà gluten free con gelatina di albicocche per il Calendario del Cibo Italiano

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La testardaggine, indubbiamente, è un difetto. Nel mio caso è uno strumento, che sostituisce planetarie e farine poco malleabili, e ringrazio Dio di esser stata assemblata così. E se così non fossi, oggi non ci sarebbe questa ricetta del Babà senza glutine sul mio blog. Il Babà è un’istituzione e perciò tutti devono aver se non altro la possibilità di mangiarlo anche solo per una volta nella vita. Questa è la mia filosofia, ora passo e chiudo, perché la ricetta è un tantino lunga. L’ho scoperta grazie all’MTC e precisamente la sfida #39. La condivido con piacere per la GN del Babà che il Calendario del Cibo Italiano celebra oggi. Sul sito ne vedrete millemila, non volevo far mancare anche questa. Alla prossima.

Ingredienti

300 g di farina gluten free 

3 uova grandi

100 g di burro

100 g di latte

25 g di zucchero

10 g di lievito di birra

½ cucchiaino di sale fino

 

Lievitino

Sciogliere il lievito di birra con 50 g di latte tiepido e impastarli con 70 g di farina, tutti presi dal totale degli ingredienti. Lasciar lievitare fino al raddoppio, coprendo la ciotola con un telo inumidito. 

Trascorso il tempo di lievitazione riempire una boule con dell’acqua e immergere il lievitino; quando viene a galla, strizzare bene con le mani, prima dell’uso. (da Celiachia Oggi n. 14, pag. 37)

Primo impasto

Versare in una ciotola il resto della farina (230 g), fare la fontana, versarci il lievitino e le tre uova. Impastare schiacciando ripetutamente nella mano l’impasto per amalgamare le uova e aggiungere un cucchiaio alla volta di latte per ammorbidirlo un po’, man mano che se ne senta la necessità, facendo attenzione a non renderlo molle; poi impastare energicamente, sbattendolo verso la ciotola per una decina di minuti. Coprire e lasciar lievitare per 80/90 minuti e comunque fino al raddoppio.

Secondo impasto

In una ciotolina lavorare il burro a pomata, impastandolo con il restante zucchero (25 g) e il sale. Aggiungerlo al primo impasto  una cucchiaiata alla volta facendo  assorbire bene  prima di aggiungere  la successiva. Lavorare per 5 minuti nella ciotola, poi ribaltare l’impasto su un piano da lavoro e iniziare a lavorare energicamente piegandolo e sbattendolo più volte per 15/20 minuti. Qui bisogna avere tenacia e resistenza perché questa è quella fase in cui è possibile ottenere un babà spugnoso e morbido, capace di assorbire e trattenere la bagna.

Quando inizierà a staccarsi dalle mani e piegandolo manterrà una forma tondeggiante, senza collassare e vedremo l’accennarsi di bolle d’aria il nostro impasto è pronto.

 Per poterlo sistemare agevolmente nello stampo preventivamente imburrato, staccare dalla massa dei pezzi di pasta schiacciandoli con pollice e indice, come volessimo strozzarli, ottenendo così 6 palline.

Una volta completato il giro, con l’indice  sigillare gli spazi tra una pallina e l’altra, coprire con un telo umido e lasciar lievitare in forno spento con luce accesa per 2 ore, fino a triplicare di volume.

Accendere il forno  a 220°, raggiunta la temperatura infornare, abbassare a 200° e cuocere per 25 minuti.

Dopo circa 10 minuti di cottura coprire con un foglio di alluminio, per evitare che la superficie scurisca.

A cottura ultimata lasciar intiepidire per 15 minuti e capovolgere il babà possibilmente in una ciotola larga e bassa. 

Per la bagna

1 lt di acqua

300 g di zucchero

2 cucchiai di Tè Matcha in foglie

Versare l’acqua in una pentola e aggiungere lo zucchero, lasciando sobbollire per 10 minuti.

Spegnere, lasciar intiepidire, aggiungere le foglie di tè verde e lasciare in infusione da tre a cinque minuti, passarlo attraverso un colino a maglie strette e versare sul babà ancora tiepido. Ogni 15/20 minuti, aiutandosi con un mestolino, raccogliere lo sciroppo sul fondo del babà e irrorarlo di nuovo. Continuare così finché non si presenta ben inzuppato e tratterrà lo sciroppo più a lungo, cedendolo sempre più lentamente. Adagiarlo su un piatto da portata, facendolo scivolare con molta attenzione.

Prima di decorare il babà, bisogna “lucidarlo” con della gelatina di albicocche. Io non ne avevo, perciò l’ho preparata il giorno prima, utilizzando uno zucchero per me un po’ speciale, lo uso nelle grandi occasioni, è lo zucchero bruno del Perù.

La ricetta è qui, ho fatto un post a parte, anche se non è difficile prepararla, volevo alleggerirvi un po’ la lettura.

Per la crema allaVaniglia

250 ml di panna fresca da montare

1 cucchiaio di zucchero a velo

1 ml di estratto di Vaniglia senza glutine

uvetta sultanina per decorare

Montare bene la panna con lo zucchero a velo, aggiungendo l’estratto poche gocce alla volta. Decorare a piacere, utilizzando dell’uvetta sultanina

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